La parabola del figlio prodigo “è la traiettoria di un affetto che si spezza e tenta di ricomporsi, la distanza tra chi parte e chi resta, il rancore che sedimenta in chi sente di essere stato dimenticato. È una riconciliazione che si promette, ma non si compie mai del tutto”. Lo ha detto il Cardinale Domenico Battaglia, nell’omelia pronunciata sabato scorso sul sagrato della Basilica Vaticana in occasione della Messa per il pellegrinaggio giubilare dell’Arcidiocesi di Napoli.

Il centro della storia sono i fratelli. Sono loro – ha spiegato l’Arcivescovo di Napoli -  il nervo scoperto di questo racconto, la ferita che non si chiude, il bivio che rimane irrisolto. Uno torna, l’altro rimane fermo. Uno si getta nelle braccia del padre, l’altro resta sulla soglia, incapace di varcare quella distanza che lo separa non solo dal fratello, ma da sé stesso. E forse, in fondo, questa parabola non è altro che il racconto di questa distanza: quella tra chi sa chiedere e chi non sa ricevere, tra chi osa perdersi e chi non trova il coraggio di andarsene, tra chi torna e chi, pur non essendo mai partito, si sente ancora lontano da casa”.

La figura paterna è invece un “un ponte tra due distanze apparentemente incolmabili. La sua figura è chiara, essenziale, come un punto fermo dentro un mare in tempesta. Non trattiene chi vuole partire, non punisce chi torna. È una presenza che si dona senza riserve, un amore che lascia andare senza paura, che scorge da lontano senza smettere di sperare, che accoglie senza chiedere spiegazioni. Un amore che sa far festa. Non condanna, non espelle, non impone nulla a nessuno. La sua porta non si chiude, le sue braccia non si stringono mai a pugno. È lì per chi torna, ma anche per chi fatica ad entrare, come il figlio maggiore, che resta fermo sulla soglia della sua stessa casa. Il padre lo incontra, gli parla, lo invita. Ma non forza, non obbliga. Ama, e basta”.

Il padre “dimentica e perdona. E perdonando, scandalizza. Perché chi ha sempre fatto tutto nel modo giusto si ritrova improvvisamente escluso da una logica che non gli appartiene. Perché il padre continua a donare, e a chi ha sbagliato concede ancora di più. Perché il perdono, quando è vero, non ristabilisce l’ordine. Lo ribalta”. E il dramma – ha spiegato ancora il porporato - “è il fratello che non entra, che resta fuori, con il peso di una giustizia che non sa farsi amore. La parabola si spezza qui, in un punto sospeso, lasciandoci con una domanda che ci abita ancora oggi: entrerà mai alla festa? Eppure, nella mia mente voglio spingere lo sguardo oltre la parabola. Mi piace immaginare che alla fine quel fratello si sia ravveduto. Che abbia esitato, sì, ancora un istante sulla soglia, con il respiro sospeso e il cuore pesante, ma poi abbia fatto un passo, e poi un altro. Che abbia incrociato gli occhi del fratello, e in essi abbia visto riflessa la propria stessa ombra. Che si sia lasciato cadere in un abbraccio, un abbraccio lungo quanto il tempo della lontananza, un abbraccio in cui sciogliere finalmente l’orgoglio, la paura, il rancore. Li vedo, tutti e tre, stretti insieme, il padre e i suoi due figli. Li vedo ridere, piangere, raccontarsi storie di quando erano bambini, di quando tutto era semplice, di quando la casa era una sola e non c’erano distanze. Li vedo danzare fino a notte fonda, immersi in una gioia che non conosce più il sapore dell’invidia, del confronto, della misura. Forse non è così che è andata. Ma io non posso fare altro che sperarlo. Sperare contro ogni speranza. Non c’è cammino più lungo di quello che porta da un fratello all’altro. Non c’è pellegrinaggio più arduo – ha concluso il Cardinale Battaglia - di quello che si compie dentro il proprio cuore, per imparare ad abitare lo spazio dell’altro, per imparare ad amare senza paura”.