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Ucraina, il “martirio della speranza” dei cristiani nel Paese

A tre anni dall’inizio della guerra, lo stato della fede è ancora un dato complesso da analizzare. Ma le Chiese sono da sempre vicine alla popolazione.

Cattedrale della Resurrezione | La cattedrale greco cattolica della Resurrezione a Kyiv | Di Вадим Бондаренко, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57047776 Cattedrale della Resurrezione | La cattedrale greco cattolica della Resurrezione a Kyiv | Di Вадим Бондаренко, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57047776

Si scoprì solo dopo che, quando l’aggressione russa su larga scala arrivò a toccare Kyiv il 24 febbraio 2022, si guardava anche ai capi delle Chiese. E, in particolare, si guardava alla Chiesa Greco Cattolica Ucraina, alla cattedrale della Resurrezione di Cristo, nel tentativo di togliere alla popolazione la speranza. Perché questo è stata la Chiesa in Ucraina, in tre anni di guerra: la speranza.

La cattedrale della Resurrezione, con la sua cripta e i suoi sotterranei, è stata rifugio per i primi mesi di guerra, e poi è diventata un luogo dove tutti potevano andarsi a cucinare un pasto caldo nei lunghi mesi invernali, quando a causa della guerra si viveva senza riscaldamento e fuoco. E forse non è un caso che la popolazione greco-cattolico ucraina è cresciuta del 4 per cento in Ucraina, secondo una indagine del Razumkov Center.

A guardare bene, però, non è solo la Chiesa Greco Cattolica Ucraina ad essere impegnata sul territorio. Le Chiese non sono vicino alla popolazione solo dal tempo dell’aggressione su larga scala. Lo sono da dieci anni, ovvero da quando, dopo la cosiddetta Rivoluzione della Dignità, l’Ucraina si è trovata ad essere territorio di conflitto, con due autoproclamate repubbliche sotto il controllo russo nella sua parte orientale – a Donetsk e Luhansk – e la perdita della Crimea, annessa alla Russia.

Un esempio di questo lavoro incessante delle Chiese sul territorio ucraino è dato dal Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose, che rappresenta il 95 per cento della popolazione religiosa ucraina. C’è da prima della guerra, da oltre 25 anni, ma è con il conflitto che è cominciato quasi 11 anni fa che il suo lavoro è diventato visibile. Le Chiese, insieme, sono andate fino alle zone del conflitto, hanno portato aiuti, hanno dato sostegno psicologico.

Quando Papa Francesco lanciò l’iniziativa “Papa per l’Ucraina” nel 2017, il Consiglio era già lì, con tutti i suoi progetti. Ora, ogni mese lancia un appello. Dall’inizio del conflitto ha chiesto, insistentemente, che ci fosse uno studio sull’ideologia del Mondo Russo, il russkyi mir, perché è da lì che trae nutrimento l’imperialismo russo. E, insieme al Consiglio, c’è stato anche un gruppo di teologi ortodossi che ha preso le distanze da questa ideologia, che è nata nel Patriarcato di Mosca ed è diventata parte dell’ideologia di Putin.

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Il 24 febbraio, intanto, è stata proclamata Giornata di Preghiera Pan-Ucraina. Oggi, a San Giovanni in Laterano, l’ambasciata di Ucraina presso la Santa Sede organizza una Messa per la pace, presieduta dal Cardinale Baldassarre Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma, e alla presenza  del Cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali e già nunzio in Ucraina, quando era tra i pochi a riuscire ad arrivare nelle zone del conflitto.

Durante la messa, la preghiera dei fedeli sarà letta dagli ambasciatori di Cile, Polonia, Lituania, Francia, Portogallo, Paesi Bassi e Ungheria, mentre il decano del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, l’ambasciatore Georges Poulides di Cipro, leggerà la Prima Lettura, dal Libro del Siracide.

Durante il conflitto, le chiese sono state duramente colpite. Grazie alla mediazione della Santa Sede, sono stati liberati recentemente padre Bohdan Heleta e padre Ivan Levytskyi, padri redentoristi della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, arrestati il 16 novembre 2022 e rilasciati il 28 giugno 2024.

In un incontro organizzato con la partecipazione dell’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina, padre Heleta ha detto di aver potuto sopportare il dolore grazie alla fede in Dio e all’offerta della sua sofferenza per “salvare i nemici”, sebbene abbia ammesso che questa risoluzione sia stata “molto difficile in un ambiente di brutale disprezzo per la persona umana, dove si ha la costante sensazione di essere in un luogo di morte”.

Padre Heleta ha affermato che Dio lo ha aiutato a resistere, aggiungendo di essere “molto tormentato dal fatto che altri prigionieri che non conoscevano Dio, non riuscivano a sopportare tutto e ci sono stati casi di suicidio e altre cose dolorose. Tutto questo rimarrà nella mia memoria e non potrò mai dimenticare quei gemiti, quelle agonie, ogni tipo di maltrattamenti. Ma lo dedico anche per la salvezza degli altri, per testimoniare che solo Dio può santificarci se facciamo un passo dalle tenebre alla luce”.

I due sacerdoti redentoristi erano gli unici civili in una prigione di guerra dove si trovavano 1800 prigionieri. Padre Heleta ha detto di essere riuscito anche a confessare persone, e ha potuto persino tenere una breve preghiera al mattino e alla sera.

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Sono i segni di umanità di una situazione terribile, che hanno fatto esclamare all’arcivescovo Kulbokas: “Questo dialogo qui tra noi è un dialogo di preghiera”.

Certo, non si tratta di una guerra religiosa. Ma, di fatto, il sentimento religioso della popolazione ucraina è stato il grande obiettivo sin dall’inizio della campagna. Un recente rapporto dell’istituto di ricerca Mission Eurasia, intitolato “Fede sotto il terrore russo”, ha dettagliato che già tra il 2014 e il 2022 circa 100 edifici e altre strutture religiose sono state distrutte, confiscate o saccheggiate nelle regioni di Donetsk e Luhansk, e a volte anche riadattate per usi non religiosi.

Il rapporto attribuisce la responsabilità ai russi perché questa è stata evidenziata da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2023, in cui si metteva in luce come fosse la Russia, e non le forze separatiste, a esercitare il controllo effettivo sui territori delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Donbass e Luhansk,

Il rapporto nota che la soppressione della libertà religiosa ha luogo “in città come in piccoli villaggi”, e colpisce chiese “di tutte le dominazioni cristiane”. C’è l’esempio del sacerdote Ihor Novosilsky della chiesa Ortodossa Ucraina, che è stato imprigionato illegalmente per 262 giorni, subendo anche torture, perché aveva rifiutato di rinunciare alla lingua ucraina e di sottomettersi al Patriarcato di Mosca, come gli avevano chiesto le autorità russe a Kherson.

Inoltre, la crescita degli attacchi aerei da parte della Russia “ha portato a una crescita del numero di siti religiosi distrutti o danneggiati,” che sono ora 650, con un picco di dieci chiese ed edifici religiosi danneggiati dall’aggressione russa nel periodo che va da agosto a settembre 2024.

Qualche esempio: il 28 aprile, nel villaggio di Oleksandrivka nella regione di Skadovsk della regione di Kherson, durante la Settimana Santa prima di Pasqua, la Chiesa ortodossa russa (ROC) non solo ha sequestrato una chiesa appartenente alla Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ma ha anche commesso un sacrilegio "riconsacrandola".

“Inoltre – si legge nel rapporto - la Chiesa ortodossa russa, in collaborazione con le autorità di occupazione, ha continuato a smantellare le parrocchie della Chiesa ortodossa ucraina in Crimea, che è sotto occupazione russa dal 2014. Entro il 2023, solo 11 delle 45 parrocchie originali della Chiesa Ortodossa Ucraina erano rimaste in Crimea. Tuttavia, nel corso del 2024, le autorità russe hanno privato la Chiesa Ortodossa Ucraina delle sue chiese rimanenti, lasciandola senza alcuna proprietà o utilizzo”.

Ma anche le chiese protestanti nel territorio controllato dalla Russia sono “diminuite drasticamente”.

Papa Francesco aveva criticato la nuova legge approvata dal Parlamento ucraino che di fatto metteva fuori legge le attività della Chiesa Ortodossa Russa in Ucraina. Dall’altro canto, nei territori occupati in Ucraina, si legge nel rapporto, si nota “una coercizione per la nuova registrazione delle comunità religiose ai sensi della legge russa.

Altri dati: secondo il monitoraggio di fonti aperte e interviste personali condotte da Mission Eurasia, a dicembre 2024, almeno 47 leader religiosi ucraini sono stati uccisi a seguito dell'aggressione su vasta scala della Russia. Tra questi, 18 appartenevano alla Chiesa Ortodossa Ucraina legata al Patriarcato di Mosca, sette alla Chiesa Ortodossa Ucraina autocefala, 12 ai battisti, otto ai pentecostali e due agli avventisti.

È un contesto difficile per la fede. L’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk ha sottolineato, durante il suo viaggio in Francia, che la Chiesa in Ucraina deve essere testimone di speranza. In fondo, anche la Chiesa Greco Cattolica Ucraina, la più grande delle Chiese sui iuris in comunione con Roma, è risorta diverse volte. Mentre la parte più difficile sarà quella successiva al conflitto, quando si dovrà ricostruire l’identità di un popolo, e ucraini e russi si troveranno uno accanto all’altro.

Le sfide sono completamente diverse. Si parla, oggi, della formazione dei sacerdoti per effettuare una sorta di counseling psicologico, dell’importanza dei cappellani militari che portano speranza ai soldati, di un lavoro in prima linea che è molto difficilmente riconosciuto.

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La Chiesa c’è, anche con le sue agenzie ed organizzazioni. Notevole, ad esempio, il lavoro della Fondazione Pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che in tre anni ha approvato e finanziato 977 progetti in Ucraina, per un totale di 25, 2 milioni di euro. Tra questi, 3,5 milioni di euro sono il frutto di 175 offerte per la celebrazione di offerte.

“Del sostegno – si legge in un comunicato ACS - hanno beneficiato sia la Chiesa greco-cattolica sia quella latina, in particolare i 17 esarcati greco-cattolici e le sette diocesi cattoliche latine. Il tipo di sostegno nel corso del tempo è cambiato: inizialmente l'attenzione era rivolta agli sfollati interni, successivamente gli aiuti si sono concentrati sulla cura pastorale. Le aree principali di intervento attualmente sono la cura dei traumi, il sostentamento di sacerdoti e suore, la formazione dei seminaristi e i trasporti per la pastorale”.

ACS porta anche testimonianze. Quella del vescovo Maksym Ryabukha, dell'Esarcato di Donetsk, vive a Zaporizhya a causa dell'occupazione della sua regione, segnata da un conflitto costante dal 2014.

Il vescovo Stanislav Szyrokoradyuk, di Odessa, ha detto ad ACS: “La guerra infuria da tre anni: morte e distruzione sono realtà quotidiane. La sfida più difficile e dolorosa per la Chiesa è quella di seppellire i morti”.

Resta la domanda più grande: cosa significa essere cristiani in una guerra? Come si può rimanere cristiani durante la guerra? È una domanda che brucia, in un conflitto che, alla fine, usa anche le questioni religiose per portare avanti i suoi interessi.