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Diplomazia pontificia, tre anni di guerra in Ucraina, Parolin in Burkina Faso

Tre anni di guerra in Ucraina. Cosa ha fatto il Cardinale Parolin in Burkina Faso. L’arcivescovo Gallagher alla Conferenza di Monaco

Sua Beatitudine Shevchuk | Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk durante la visita negli Stati Uniti | Arcieparchia Greco-cattolica di Philadelphia Sua Beatitudine Shevchuk | Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk durante la visita negli Stati Uniti | Arcieparchia Greco-cattolica di Philadelphia

Quando il Cardinale Parolin andò a Bürgenstock lo scorso giugno per la conferenza di alto livello sulla pace in Ucraina, lamentò l’assenza della Russia dalle trattative. A tre anni dalla guerra, però, si rischia una pace senza l’Ucraina, con gli Stati Uniti e la Russia seduti al tavolo delle trattative, l’Ucraina fuori dai giochi e l’Unione Europea ridotta al ruolo di comprimario. Cosa dirà la Santa Sede?

Non ci sono iniziative, per ora. Il 13 febbraio, l’ambasciatore di Ucraina presso la Santa Sede Andryi Yurash ha avuto un incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. Il 24 febbraio, anniversario dell’aggressione su larga scala della Russia contro l’Ucraina, si terrà a San Giovanni in Laterano una Messa per la pace, presieduta dal Cardinale Baldassarre Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma, e con la presenza del Cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali.

Intanto, durante un viaggio negli Stati Uniti, l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, padre e capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ha smosso le coscienze con una lezione presso la Catholic University of America a Washington, e il 25 febbraio terrà un seminario in Canada insieme allo storico Timothy Snider, tra i primi a delineare gli intenti genocidi della Russia.

Non si sa, date le sue condizioni di salute, se Papa Francesco farà appelli specifici, o invierà comunicazioni speciali. I medici del Gemelli che lo hanno in cura hanno fatto sapere, in un briefing con la stampa lo scorso 21 febbraio, che il Papa sarà in ospedale almeno tutta la settimana dal 24 al 2 marzo, e che deciderà lui se eventualmente proclamare l’Angelus dal balcone dell’ospedale, come ha fatto in altre occasioni.

Il Papa non è fuori pericolo, la situazione si può considerare seria, ma non grave. Non è tornato in anticipo dal Burkina Faso, il Cardinale Pietro Parolin, e ha terminato regolarmente il suo viaggio per il 125esimo anniversario di evangelizzazione del Paese il 18 febbraio, nonostante il ricovero di Papa Francesco al Gemelli. Un segnale, probabilmente, che la situazione di Papa Francesco era sotto controllo, nonostante l’ansia mediatica per un ricovero improvviso e un veloce deterioramento delle condizioni di salute.

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Continuano le missioni della Santa Sede nel mondo. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher è stato alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dove ha tenuto alcuni incontri bilaterali. Il Cardinale Michael Czerny è in questi giorni in Libano, in missione per conto del Papa. L’assessore degli Affari generali della Segreteria di Stato ha partecipato alla riunione della Fondazione per il Sahel, voluta da Giovanni Paolo II.

                                                           FOCUS UCRAINA

Cosa ha detto Sua Beatitudine Shevchuk alla Catholic University of America?

Lo scorso 18 febbraio, nel corso di un lungo viaggio tra Stati Uniti e Canada, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ha tenuto un discorso su “Guerra, Pace e Speranza” presso la Catholic University of America a Washington, DC.

Nel suo discorso, Sua Beatitudine ha chiesto di andare oltre le questioni della guerra e i negoziati, ma di guardare piuttosto alle persone, come fa lui perché non è “né un politico né un leader civico”, ma piuttosto “un pastore, cui è affidata la cura, la preghiera e la guida del mio popolo”.
Era febbraio tre anni fa, quando la Russia aggredì l’Ucraina, era febbraio quando nel 2014 l’allora presidente ucraino Viktor Yanukovych usò la forza brutale contro le proteste pacifiche a Kyiv, un movimento che sarebbe poi stato conosciuto come la “Rivoluzione della Dignità”.

Sua Beatitudine nota che quella rivoluzione fu “la realizzazione collettiva che senza rispetto per la vita umana, libertà e dignità, non può esistere una società giusta”, ma purtroppo “la Russia considerò la posizione dell’Ucraina per l’identità inaccettabile e cominciò una invasione furtiva per minare la lotta del popolo per la dignità e l’indipendenza”.

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Insomma, si tratta di una guerra che si combatte da ormai 11 anni, ed è una guerra che è “la croce del popolo ucraino” nel suo percorso per la dignità.

Shevchuk ricorda le storie di alcuni prigionieri, come i due sacerdoti redentoristi rimasti per 18 mesi in prigione in Russia, torturati e umiliati, ma anche le tombe di massa a Bucha e Izyum, nonché gli attacchi al reparto maternità dell’ospedale di Mariupol nella primavera 2022 e all’ospedale pediatrico di Kyiv nell’estate 2024.

Parlando delle cause della guerra, l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina smentisce la narrativa di una invasione russa per evitare che l’Ucraina aderisse alla NATO, se non altro perché “la NATO non esisteva quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 17esimo e 18esimo secolo o all’inizio del 20esimo secolo”, né “l’Ucraina era una minaccia alla cultura russa” quando venne pianificato l’Holodomor, ovvero lo sterminio del popolo ucraino attraverso una tremenda carestia tra il 1932 e il 1933.

Sua Beatitudine non ha dubbi nell’affermare che l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, come le precedenti, è stata motivata dalle “mentalità imperialista e totalitaria della Russia”, che nel 20esimo secolo si “è radicato nella non considerazione per la libertà e la dignità della persona umana”.

Shevchuk nota l’errore di non aver combattuto il comunismo come si è combattuto il nazismo, anche se oggi sono cambiate le radici ideologiche e quindi ci si trova di fronte a un totalitarismo russo che è “propaganda per il nichilismo nelle forme peggiori”.

Il capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina nota che è in gioco “il vero concetto di verità”, perché “la propaganda russa moderna usa alcune dei più radicali movimenti o postmodernismo filosofico della fine del secolo scorso, negando l’esistenza della verità oggettiva e verificabile e reclamando che non ci sono fondamenti naturali della moralità e della legge”.

Shevchuk poi punta il dito all’ideologia del “Mondo Russo”, ovvero “il concetto della Russia come una unica civiltà che si è sviluppato in territori che sono o sono state parte dell’Impero Russo, che sia zarista o sovietico, così come in territori più ampi in cui l’egemonia della Russia dovrebbe essere garantita e ristabilita”.

Si tratta di una ideologia – aggiunge – “esplicitamente neo-imperialista, coloniale e virulentemente anti-occidentale”.

Sua Beatitudine ricorda anche come l’ideologi del Mondo Russo sia stata rigettata da una dichiarazione firmata da centinaia di teologi e intellettuali ortodossi nel 2022, mentre le Chiese cristiane di Ucraina hanno lanciato un appello per condannare questa ideologia nel 2024.

Shevchuk ha poi affrontato la volontà di pace degli ucraini, pur notando che “alcune delle richieste di pace sono semplicemente irrealistiche”, perché “non si può raggiungere un compromesso se una delle parti nega la vera esistenza dell’altra”, e finora “la Russia non ha lasciato all’Ucraina altra forza che difendersi militarmente”.

Gli ucraini, ha detto Sua Beatitudine, stanno combattendo per la loro stessa esistenza, mentre una pace giusta deve essere “durevole e stabile”, e che restauri i principi del diritto internazionale. Gli ucraini oggi – ha aggiunto – “sanno che il male è reale, abbiamo visto il suo volto”.

Secondo Shevchuk, “questa guerra colpisce tutta l’umanità”, perché “colpisce la nostra capacità di distinguere bene e male”, ma “il Vangelo è il nostro criterio, e la verità oggettiva resta alla base della nostra società”.

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È una Ucraina che “ha bisogno disperato di pace”, dove la crisi umanitaria “diventa più profonda ogni giorno”, in cui 12,7 milioni di persone, il 30 per cento della popolazione, hanno “bisogno di assistenza umanitaria, e tra questi 2,8 milioni sono sfollati.

L’Ucraina – sottolinea Shevchuk – sta “perdendo il suo popolo”, ci sono “decine di migliaia di soldati che hanno sacrificato le loro vite”, eppure c’è ancora speranza.

Conclude Sua Beatitudine: “Viviamo nella speranza perché abbiamo visto il miracolo di essere liberati dal giogo sovietico e non abbiamo alcun desiderio di tornare lì. Viviamo nella speranza perché abbiano lasciato la terra della cattività e ci siamo imbarcati in un viaggio verso la libertà e la dignità”.

Shevchuk a Philadelphia, la preghiera per la pace in Ucraina

A Philadelphia, negli Stati Uniti, lo scorso 16 gennaio si è tenuta una preghiera per la pace nella Basilica Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo alla presenza di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk.

Rivolgendosi ai numerosi vescovi americani, al clero e ai fedeli presenti, Sua Beatitudine

Sviatoslav ha sottolineato che una pace vera è impossibile senza giustizia.

“Il cessate il fuoco – ha detto -  non è pace, e un accordo politico non può ristabilire la giustizia. Una tregua, che lascia le persone a soffrire sotto l’occupazione, è una crudele tortura. Senza giustizia, la pace è impossibile: essa diventa un’illusione, una promessa vuota”.

Sua Beatitudine ha detto che pace non significa solo per gli ucraini fermare lo spargimento di sangue, ma anche il ripristino della libertà di tutte le persone. Ha affermato: “L’Ucraina sta lottando non solo per la terra – stiamo lottando per il nostro popolo. Non possiamo cedere la dignità di Kherson. Non possiamo barattare la libertà di Kharkiv. Non possiamo tradire il nostro popolo”.

In conclusione, Sua Beatitudine ha esortato: “Noi possiamo contrastare il male e l’odio perché

crediamo in Dio! Sappiamo che Dio è con noi”.

Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose, una dichiarazione a tre anni dalla guerra

Il Concilio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose ha lanciato, lo scorso 21 febbraio, un appello in vista del terzo anniversario dell’aggressione su larga scala della Russia all’Ucraina.

Il Consiglio enfatizza nell’appello che “la giustizia suprema richiede la condanna dell’aggressione russa. Il male non va premiato, ma giustamente punito”.

Il Consiglio chiede anche ai rappresentanti delle varie tradizioni religiose in Ucraina e oltre di pregare per la pace e per la vittoria dell’Ucraina nel giorno del terzo anniversario anniversario della guerra.

La lettera loda la resilienza del popolo ucraino, e ricorda che “la guerra russa di conquista contro l’Ucraina ha portato immensa sofferenza, lutto, e perdite nel popolo ucraino. Ha portato alla distruzione di città e di infrastrutture civili, patenti violazioni di diritti umani e libertà nei territori temporaneamente occupati, e poi la persecuzione religiosa, la chiusura di chiese, la tortura e l’omicidio di diversi leader religiosi di varie denominazioni, la separazione delle famiglie e il rapimento di bambini ucraini.

Il Consiglio denuncia ancora una volta l’ideologia del Mondo Russo, “attivamente promossa dal Cremlino insieme con la Chiesa Ortodossa Russa e altre istituzioni religiose russe”.

I religiosi – il Consiglio rappresenta il 95 per cento delle sigle religiose ucraine – si sono detti grati a tutti coloro che gli aiutano, anche ai loro partner internazionali, e si sono appellate al popolo e alle autorità ucraine affinché restino “coraggiosi in questa battaglia del bene contro il male”.

                                                           FOCUS BUKRINA FASO

Parolin in Burkina Faso, l’incontro con i giornalisti

Il cardinale Pietro Parolin è stato in Burkina Faso dal 14 al 18 febbraio. Il 17 febbraio ha incontrato il Capitano Ibrahim Traoré, il militare alla guida della nazione, e ha poi avuto un breve incontro con i giornalisti locali. Durante l’incontro, Parolin ha riconosciuto l’impegno continuo della Chiesa a favore dei bisogni materiali e spirituale della nazione dell’Africa Occidentale, lodando le buone relazioni diplomatiche esistenti.

“Vorrei – ha detto il cardinale ai giornalisti – esprimere la mia gioia e soddisfazione per essere stato ricevuto dal presidente della Repubblica e aver avuto incontri con altre autorità”.

Durante l’incontro, ha detto il cardinale, ha “portato i saluti di Papa Francesco e gli auguri per il Burkina Faso, per la sua popolazione, e perché la pace regni nella nazione”.

Il cardinale ha enfatizzato che Santa Sede e Burkina Faso hanno una relazione costruita “sul mutuo rispetto, sulla tolleranza e sulla fraternità”, e che ha portato a varie collaborazioni in iniziative con lo scopo di aiutare la popolazione più vulnerabile, in particolare attraverso progetti riguardanti l’educazione, la salute e il welfare.

Il Segretario di Stato vaticano ha sottolineato che lui e il presidente hanno parlato anche della volontà del governo di ristabilire la sicurezza del Paese nel mezzo delle continue minacce terroristiche.

“Mi è sembrato molto importante – ha detto il Cardinale Parolin – mettere insieme da una parte la questione delle azioni militari e dall’altra le azioni per lo sviluppo. È importante che le persone possano godere del loro diritto fondamentale a cibo, educazione, salute e tutto ciò che rende possibile una vita degna per la popolazione”.

Da parte sua, ha aggiunto, la Chiesa è “attivamente impegnata nel fornire i servizi esseziai alle comunità colpite da violenza e sfollamento”, supportando “la Chiesa locale nel suo impegno in aree differenti di vita in termini di salute ed educazione”.

Parolin in Burkina Faso, l’incontro con il presidente

Cosa dice il comunicato stampa della presidenza burkinabé dell’incontro con il Cardinale Parolin? Un comunicato sottolinea che l’incontro tra il cardinale e il capitano Traoré aveva lo scopo di “migliorare le relazioni biltaterali”, e che il cardinale ha “lodato l’impegno del governo per restaurare la sicurezza nazionale e creare sviluppo”.

Secondo il governo, la visita “riflette il supporto vaticano per gli sfozi del Burkina Faso per la stabilità e il progresso”, e ha sottolineato “l’importanza della cooperazione internazionale nell’affrontare le sfide della nazione”.

Il Cardinale Parolin in Burkina Faso, il 125 anni di evangelizzazione

Il 16 febbraio, il Cardinale Parolin ha presieduto la Messa che concludeva il Giubileo della Chiesa del Burkina Faso in occasione dei 125 anni di evangelizzazione. La Messa è stata celebrata al santuario di Nostra Signora di Yagma, che si trova nell’arcidiocesi di Ouagadougou.

Nella sua omelia, il Cardinale Parolin ha chiesto al popolo di Dio in Burkina Faso di rimanere radicati nel Vangelo e di trovare forza nella loro fede cristiana nel mezzo delle sfide socio- economiche del Paese.

Ha affermato il Cardinale Parolin: “La celebrazione dei 125 anni di evangelizzazione nell’attuale contesto è un atto di speranza gioiosa. È un invito a dare un volto concreto alla speranza.

Il cardinale ha sottolineato che il Giubileo “è il momento di esaminare la coscienza di ciascuno di rinnovare il nostro impegno al Vangelo, considerando che “la tradizione biblica ci insegna che il Giubileo è un momento di ringraziamento per il bene ricevuto da Dio”, ma anche “un momento di penitenza e riconciliazione generale”.

Il Segretario di Stato vaticano ha poi aggiunto che “la nostra celebrazione dimostra quanto la Chiesa Cattolica rifulga nel mondo. E questa, per me, è una ragione genuina per rendere grazie”.

Il Cardinale ha lodato il lavoro dei missionari che hanno diffuso il Vangelo in Burkina Faso, ha riconosciuto come il Vangelo abbia agito nella nazione e ha portato anche un messaggio di supporto da parte del Santo Padre.

L’omelia del Cardinale Parolin ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno, ovvero il discorso delle Beatitudini. Un discorso - ha detto il cardinale - che chiede ai cristiani di riconoscere come “un dono di Dio” la ricchezza materiale, e che accumulare ricchezza mentre “altri esseri umani vivono in condizioni umilianti costituisce una ingiustizia che grida al cielo”.

Il capo della diplomazia vaticana si è poi rivolto ai giovani invitandoli a resistere alla tentazione dei falsi idoli del materialismo e il narcisismo, perché “Dio vi chiede di disintossicarvi, per non rimanere esseri umani inquinati”.

Parolin ha incoraggiato educatori e genitori ad essere “scuole di pace, integrità, prudenza, discernimento, resistenza e abnegazione”, si è rivolto agli orfani ricordando loro la paternità di Dio, ha rassicurato della presenza di Dio in ogni momento della vita e ha chiesto di portare avanti una fiducia attiva in Dio.

                                   FOCUS CONFERENZA SICUREZZA MONACO

L’arcivescovo Gallagher a Monaco

Si è tenuta al 14 al 16 febbraio l’annuale Conferenza di Monaco sulla Sicurezza. Fondata nel 1963 come un incontro internazionale di scienza militare per prevenire eventuali conflitti militari, ha vissuto varie fasi nella sua storia. Include partecipanti di alto livello, ma non è un incontro governativo. Anche la Santa Sede vi prende parte ogni anno, rappresentata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati.

Durante la sua permanenza a Monaco, l’arcivescovo Gallagher ha avuto alcuni incontri bilaterali. Il 15 febbraio, si è incontrato con il Ministro degli Esteri del Perù Elmer Schialer. Dell’incontro è stata data notizia dall’account X della cancelleria di Lima. Nel post, si legge che il Cancellier e Gallagher hanno “riconosciuto il buono stadio delle relazioni bilaterali e il valore del dialogo per costruire una società più unita e fraterna”.

Il 16 febbraio, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Axel van Trotsenburg, direttore delle politiche di sviluppo e partnership della Banca Mondiale. Secondo un post su X dello stesso van Trotsenburg, la discussione tra lui e l’arcivescovo Gallagher è stata “ispiratrice” riguardo modi di assicurarsi che l’aiuto raggiunga i più vulnerabili.

Il 15 febbraio, l’arcivescovo Gallagher ha avuto un bilaterale con Amy Pope, il primo direttore generale donna dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. La Santa Sede è stato membro dell’organizzazione, a testimoniare il lavoro portato avanti da sempre in favore dei migranti. In un post su X, Pope ha detto, dopo l’incontro, che “il mondo ha bisogno non solo di porre una fine alle crisi, ma anche un supporto umano per i più svantaggiati”.

                                                           FOCUS MEDIO ORIENTE

Il viaggio del Cardinale Czerny in Libano

Il Cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale, è n viaggio in Libano dal 19 al 23 febbraio, in un viaggio intenso con vari incontri, tra cui l’assemblea dei Patriarchi e vescovi cattolici del Libano e con il muftì di Tripoli.

Il cardinale ha preso parte ad una preghiera al porto di Beirut in memoria dell’esplosione del 4 agosto 2020, che ha causato migliaia di morti, incontrato i giovani che partecipavano ai programmi di educazione alla pace e visitato la scuola di Bab al Tabbaneh, chiamata spesso come “la favela del Mediterraneo” a causa dell’alto livello di povertà sperimentato.

Il cardinale incontra anche migranti, sfollati e rifugiati supportati dalla Caritas e dal Jesuit refugee service. Il Cardinale viaggia su invito del Patriarca maronita, il Cardinale Bechara Boutros Raï.

Il cardinale Raï e la pace possibile in Medio Oriente

Il Cardiale Bechara Boutros Raï, patriarca dei Maroniti, è stato intervistato dai media vaticani nel contesto del viaggio del Cardinale Czerny in Libano.

Il Cardinale è stato in prima linea, con le sue omelie, nell’affrontare la crisi politica del Paese dei Cedri, rimasto per due anni senza presidente, e a chiedere per il Libano una “neutralità attiva” che gli desse un nuovo protagonismo nella regione.
Parlando con Vatican News, il Cardinale ha ribadito che la Chiesa in Libano si occupa del Paese perché “il Libano è differente da altri Paesi. La Chiesa è riconosciuta, la Chiesa è rispettata dal governo, è rispettata dai mass media. Il Libano separa religione e Stato, però non ha una religione di Stato: né il cristianesimo, né l’Islam. E per questo la Chiesa può svolgere la sua missione a livello ecclesiale e a livello nazionale. Certo, non è che entra nelle questioni ma le affronta e giudica la vita economica, politica del Paese, senza essere nella pratica. La Chiesa ha quindi un largo campo da riempire”.

Il Cardinale ha affrontato anche la questione dei rifugiati: in Libano ce ne sono un milione e mezzo che vengono dalla Siria, e mezzo milione sono palestinesi. Si tratta – nota il Cardinale – della metà degli abitanti del Paese. Comunque – ha detto il Cardinale -  noi ci stiamo sempre rivolgendo alla comunità internazionale e alla Siria per il ritorno dei profughi. Certamente, per essere pratici, il ritorno potrà essere garantito quando – speriamo - comincerà la ricostruzione della Siria. Se non c’è la ricostruzione della Siria, sono costretti a rimanere in Libano ma questo è un grande peso economico, un grande peso nazionale, politico, un grande peso commerciale sul Paese. Viviamo per miracolo, possiamo dire.

Terrasanta, i capi delle religioni cristiane vicine al Patriarca armeno le cui proprietà sono a rischio confisca

La municipalità di Gerusalemme ha minacciato al Patriarcato armeno della Città Santa di confiscare e mettere all’asta le proprietà immobiliari patriarcali per coprire i debiti fiscali accumulati negli ultimi decenni. Il Patriarcato armeno contesta la portata delle cifre reclamate e le modalità di calcolo, considerando la richiesta come una intimidazione.

Il processo di pignoramento era stato già avviato e poi temporaneamente sospeso dopo una petizione presentata dal Patriarcato, e ci sarà una udienza legale il prossimo 24 febbraio. Se il Tribunale dovese respingere la richiesta del Patriarcato Armeno, aprendo la strada della confisca, sarebbe un precedente che porterebbe alla confisca di altri beni ecclesiastici.

I Patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme hanno rilasciato una dichiarazione in cui manifestano la loro vicinanza al Patriarca lo scorso 19 febbraio. Nella dichiarazione, definiscono la decisione di confisca “ingiusta”, perché le azioni sono basate su “un debito esorbitante e no verificato” e appaiono “legalmente dubbie e moralmente inaccettabili”.

“È inconcepibile – si legge nella dichiarazione - che le istituzioni cristiane, la cui missione per secoli è stata quella di custodire la fede, servire le comunità e preservare il patrimonio sacro della Terra Santa, debbano ora affrontare la minaccia di sequestro di proprietà in base a misure amministrative israeliane che ignorano il giusto processo” e non tengono conto del ruolo del “comitato governativo istituito per negoziare tali questioni in via amichevole”.

Nella confisca dei beni, i patriarchi della Chiese di Gerusalemme vedono il tentativo di “limitare il diritto di esistenza della Chiesa armena ortodossa, privandola delle risorse economiche necessarie per vivere e operare e privando il popolo armeno locale della cura pastorale della loro Chiesa”. E “prendere di mira una Chiesa è un attacco a tutti, e non possiamo rimanere in silenzio mentre le fondamenta della nostra testimonianza cristiana nella terra di Cristo vengono scosse”.
I Patriarchi e Capi delle Chiese fanno appello direttamente al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, al Ministro degli Interni Moshe Arbel e al Ministro Tzachi Hanegbi “affinché intervengano immediatamente, congelino tutte le procedure di pignoramento e assicurino che le trattative riprendano all'interno del suddetto comitato governativo al fine di raggiungere una soluzione amichevole riguardo a questa questione nello spirito della giustizia”.

Siria, l’appello COMECE per la pace

In un appello diffuso il 19 febbraio, il vescovo Mariano Crociata, presidente della Commissione dei Vescovi dell’Unione Europea, ha diffuso un appello per una costruzione della pace a lungo termine in Siria.

Nell’appello, Crociata pone particolare attenzione alla difficile situazione delle comunità cristiane, descritte come “una parte integrale ed essenziale della storia e della cultura della regione per secoli” e che ora “combattono per mantenere la loro continuità storica nella loro patria.

In particolare, il presidente COMECE chiese all’Unione Europea e alla comunità internazionale di riconoscere la vulnerabilità delle minoranze religiose e di fare azioni concrete per la loro protezione.

Inoltre, il vescovo ha chiesto strategie a lungo termine per fornire supporto umanitario, sostenere il recupero economico, delineare una cittadinanza alla pari, includendo alle comunità di minoranza nel processo costituzionale e di ricostruzione. Infine, si chiede di “promuovere il dialogo, la riconciliazione e la riconciliazione.

La dichiarazione fa seguito a una serie di iniziative sulla policy della COMECE a livello UE.

                                                            FOCUS AFRICA

La riunione della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel

Lo scorso 17 febbraio, monsignor Roberto Campisi, assessore per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, è intervenuto in occasione della riunione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel.

La Fondazione fu istituita il 22 febbraio 1984, nel corso dell’Anno Santo Straordinario per la Redenzione, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni di Burkina Faso, Niger, Mali, Guinea Bissau, Capo Verde, Mauritania, Senegal, Gambia e Ciad. I progetti, in generale, hanno riguardato soprattutto strutture di accesso all’acqua, ripristino di terreni coltivabili, possibilità di istruzione e di formazione, specialmente di personale tecnico specializzato. Si tratta comunque di una coperta sempre troppo corta, perché le richieste di finanziamenti per i progetti superano, e di molto, le entrate.

Nel suo saluto, monsignor Campisi ha portato la vicinanza di Papa Francesco alla Fondazione. In un denso discorso, ha poi notato che “il continente africano sta diventando sempre più fragile a causa dei conflitti armati in alcuni Paesi del Sahel ea causa delle catastrofi naturali”, e per questo la Fondazione Giovanni Paolo II, ad esempio, è chiamata a contribuire allo sviluppo umano integrale ma anche ad articolare le sue iniziative in base agli orientamenti indicati dalla costituzione apostolica Praedicate evangelium.

All’assise ha preso parte anche Suor Alessadra Smerilli, segretaria del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Suor Alessandra ha invitato a unire “le forze con il Papa nella lotta contro la povertà, nel raggiungimento di uno sviluppo umano integrale per tutti i nostri fratelli e sorelle e nella ricerca di una coesistenza pacifica tra i popoli del Sahel. Questa è la grande sfida che ci attende oggi”.

La religiosa ha ringraziato per l'impegno nella lotta “per un'Africa migliore, dove la dignità di nessuno sia calpestata e dove la fraternità diventi una realtà, fonte di gioia e di speranza per tutti”. Ricordando poi le nuove prospettive indicate dalla riforma delle fondazioni pontificie, suor Smerilli auspica che le azioni messe in campo possano riflettere “i valori universali della giustizia, della solidarietà e della compassione, e siano orientati al bene comune e al lavoro per la pace e l'amicizia sociale, apportando cambiamenti a favore dello sviluppo integrale dell'umanità nel Sahel”.

                                                           FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede all’Organizzazione degli Stati Americani sulla Giornata della Donna nelle Americhe

L’Assemblea Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani aveva stabilito nel 1982 la Giornata della Donna nelle Americhe, che si celebra il 18 febbraio.

In un intervento, monsignor Antonio Cruz Serrano, osservatore permanente della  Santa Sede presso l’Organizzazione, ha sottolineato l’importanza del ruolo della donna nel contesto dell’advocacy multilaterale.

Monsignor Cruz Serrano ha ricordato sia il 30esimo anniversario della Dichiarazione della Piattaforma di Azione di Pechino, adottata dalla Quarta Conferenza Internazionale della Donna nel 1995, ma anche la prossima Assemblea di Delegati della Commissione Interamericana della Donna, la quarantesima, che si tiene quest’anno in Colombia.

La Santa Sede ha notato l’importanza dello sforzo multilaterale per migliorare le condizioni di tutte le donne, sottolineando che “il multilateralismo ci invita a lavorare uniti per la giustizia e il bene comune, e le donne devono sempre essere parte fondamentale di questo sforzo”, perché “il ruolo della donna nella nostra società è inestimabile, specialmente in tempi di conflitto nei quali si distinguono come mediatrici, lottatrici e protettrici del nostro futuro”.

Per questo, nei fori multilaterali c’è “la responsabilità di lavorare attivamente per i loro diritti, garantendo uguaglianza di opportunità e riconosce il loro impatto reale e trasformatore nella società”.

Società che ha “un debito storico con le donne, i cui contributi, a volte invisibili, sono cruciali per lo sviluppo delle nostre comunità”.

La Santa Sede sottolinea la necessità di portare avanti politiche che “sradichino la violenza, la discriminazione e le barriere economiche che ne limitano il potenziale”, così da “assicurare un futuro di eguaglianza, dignità e rispetto per tutti”.

Monsignor Serrano Cruz ha ricordato poi il trentesimo anniversario della Conferenza di Pechino che “definì politiche pubbliche che sono la chiave per guidare gli sforzi globali per l’uguaglianza tra l’uomo e la donna, favorire la capacità delle donne e promuovere il loro sviluppo integrale”, e mette riafferma l’impegno della Santa Sede per la dignità della donna “specialmente in contesti più vulnerabili”, riconoscendo il suo ruolo fondamentale “nella trasmissione e cura della vita, nella stabilizzazione della famiglia e nella costruzione di una società più giusta e più fraterna”.

La Santa Sede nota anche che “la donna continua ad affrontare barriere sociali, economiche e culturali che limitano il suo pieno sviluppo”, e ribadisce il suo impegno “per una giustizia che promuova una vita degna per tutti, senza esclusioni, violenza e discriminazione”, chiedendo di moltiplicare gli sforzi per “sradicare le forme di violenza contro le donne, per promuovere l’accesso universale all’educazione di ogni forma di violenza contro le donne, per promuovere l’accesso universale all’educazione e alla salute, per riconoscerne il lavoro non compensato e per creare spazi in cui le donne possano essere protagoniste dei loro destini, in armonia con le loro comunità e con la creazione”.