Si legge ancora nel testo che “ancora una volta abbiamo sentito il dolore delle ferite che segnano la nostra storia, a partire da quelle che la Chiesa ha inflitto attraverso gli abusi perpetrati da alcune persone nello svolgimento del loro ministero o incarico ecclesiale, per finire con quelle provocate dalla violenza mostruosa della guerra d’aggressione che insanguina l’Ucraina e dal terremoto che ha devastato Turchia e Siria”.
Il testo finale sottolinea che si è vissuta “una forma di Pentecoste”, che “ci ha condotto a sperimentare, per la prima volta, che è possibile incontrarci, ascoltarci e dialogare a partire dalle nostre differenze e al di là dei tanti ostacoli, muri e barriere che la nostra storia ci mette sul cammino. Abbiamo bisogno di amare la varietà all’interno della nostra Chiesa e sostenerci nella stima reciproca, forti della fede nel Signore e della potenza del suo Spirito”.
Si deve continuare “in uno stile sinodale” che prevede anche di “affrontare le tensioni in una prospettiva missionaria”, come testimonia la vita delle Chiese, in situazioni come “il dialogo ecumenico e interreligioso, la cui eco è risuonata con forza nei nostri lavori”.
Quali le priorità definite da questa tappa sinodale? Prima di tutto “approfondire la pratica, teologia ed ermeutica della Sinodalità”, e poi di affrontare “il significato di una Chiesa tutta ministeriale”, come “orizzonte in cui inserire la riflessione su carismi o ministeri (ordinati o non ordinati) sulle relazioni tra di essi”.
E ancora: “esplorare forme per un esercizio sinodale dell’autorità”, “prendere concrate e coraggiose decisioni sul ruolo delle donne all’interno della Chiesa”, guardare anche alle tensioni liturgiche,
Molto importante il tema di “curare la formazione alla sinodalità di tutto il popolo di Dio”, ma soprattutto quello di “rinnovare il senso vivo della missione, superando la frattura tra fede e cultura per tornare a portare il Vangelo nel sentire del popolo, trovando un linguaggio capace di articolare tradizione e aggiornamento, ma soprattutto camminando insieme alle persone invece di parlare di loro o a loro”.
E in questo senso, si deve ascoltare "al grido dei poveri", e anche al grido di quanti sono colpiti dalla guerra nel cuore dell'Europa, e che cercano una giusta pace (e il riferimento indiretto è all'Ucraina, molto presente nelle preghiere di questi giorni).
Non è un testo definitivo, e soprattutto non ci si doveva aspettare da questo incontro qualcosa di decisivo. Era, piuttosto, un cercare di comprendere quali erano le sfide della Chiesa che è in Europa.
Concludendo i lavori, l’arcivescovo Gintaras Grušas, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali di Europa, ha sottolineato che “sinodalità era il tema del nostro incontro, e io penso che abbiamo sperimentato i frutti dell’ascoltarci l’uno con l’altro. Abbiamo sperimentato di essere una famiglia, una Chiesa, laici, uomini e donne, consacrati e vescovi E abbiamo esperienza di quello che questa famiglia è a livello europeo”.
E, in fondo, c’è davvero un punto in comune, che è venuto fuori in tutte le relazioni, nonostante le differenze, anche ideologiche: la fede in Gesù Cristo. Lo aveva segnalato già all’inizio dell’assemblea l’arcivescovo Grušas che “Cristo è davvero la speranza di Europa”.
La parola va ora ai vescovi, che si riuniranno per tre giorni. Non toccheranno il documento finale, né lo commenteranno, ma discuteranno di quello che è venuto fuori da questa assemblea e produrranno, sulla base del loro incontro, un altro documento. Anche questo sarà mandato alla Segreteria Generale del Sinodo per preparare l’instrumentum laboris del prossimo Sinodo sulla Sinodalità.
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