A cento anni dalla nascita degli Stati dalle ceneri dell’Impero Sovietico, a trenta anni dalla caduta del Muro di Berlino, molte sono state le analisi sul ruolo della Chiesa in quegli anni, e molte le conferenze. La Romania ha celebrato i cento anni di costituzione della Grande Romania, mentre la Polonia ha celebrato i cento anni di restaurazione dello Stato con un convegno alla Pontificia Università Gregoriana, “1918, Anno del Cambiamento. Perché proprio allora?”. Queste due conferenze rappresentano una linea guida per raccontare il lavoro della Santa Sede.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, Benedetto XV stabilisce una politica concordataria, di riconoscimento dei nuovi Stati. Ed è quello che la Santa Sede fa in Polonia, Romania, Lituania, Lettonia, Estonia. Non solo. La caduta dell’Impero Zarista e della religione di Stato creano nuove speranze per una penetrazione nella Russia e in Oriente, tanto che Benedetto XV istituisce nel 1917 la Congregazione per le Chiese Orientali, di cui egli stesso è prefetto, e il Pontificio Istituto Orientale.
Sono speranze presto disilluse, tanto che nel 1929 viene fondato il Collegio Russicum, con lo scopo di andare in missione proprio in territorio sovietico.
La fondazione del Russicum è il segno di un cambio di prospettiva, che diventerà definitivo dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Santa Sede si ritrova improvvisamente senza diplomazia e senza contatti nei Paesi entrati nell’orbita dell’Unione Sovietica. Particolarissimo il caso della Bulgaria, dove la comunità cattolica resiste misteriosamente senza che per anni se ne abbiano notizie.
L’approccio diplomatico della Santa Sede è quello del dialogo. Si mantiene al di sopra degli Stati, secondo una politica ben delineata da Leone XIII, e allo stesso tempo sa che deve dialogare con i governi. La prima necessità della diplomazia della Santa Sede non è un accordo di pace, né un interesse economico. È garantire la sopravvivenza della popolazione cattolica.
La linea guida concordataria fa spazio, dopo la Seconda Guerra Mondiale, a un lavoro di paziente cucitura e di dialogo che verrà chiamata Ostpolitik, termine mutuato dalla politica che mal si applicava fino in fondo alla diplomazia pontificia.
Quando si parla di Ostpolitik, si descrive una politica di concessioni fatte ai governi dalla Santa Sede, e questa viene legata direttamente ad Agostino Casaroli, brillante diplomatico vaticano che salì le scale della diplomazia fino a diventare cardinale e Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II.
Per monsignor Casaroli, però, la prima preoccupazione era quella della Santa Sede: garantire una gerarchia ecclesiastica, un episcopato che potesse essere legittimo ed agire legittimamente per poter dare alla Chiesa una struttura religiosa, poter ordinare nuovi sacerdoti e nuovi vescovi.
Vengono da qui i viaggi in Ungheria e l’accordo con il governo ungherese sulla nomina dei vescovi, i tentativi di accordo con la Slovacchia, i viaggi in Polonia che vedevano sempre i vescovi polacchi insofferenti perché si sentivano loro la voce della Chiesa nella nazione, e questo sin dalla ricostituzione dello Stato.
Eppure, quella Ostpolitik permise alcune aperture che furono fondamentali, e che permisero poi a Giovanni Paolo II, un Papa polacco e dunque profondo conoscitore delle problematiche provenienti dall’Est Europeo, di buttare giù il muro della Cortina.
Oggi, si parla di una ostpolitik della Chiesa nei confronti della Cina. In effetti, molte situazioni della Cina lasciano pensare ad una somiglianza: la sistematica persecuzione di ogni fede, l’ambiguità dei governi, il dialogo difficile, la richiesta alla Chiesa cattolica di nazionalizzarsi. E alcune mosse della Santa Sede anche rimandano a quel periodo: la decisione di siglare un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, il dialogo mai messo da parte nonostante le difficoltà, la necessità di un contatto.
Ma non c’è solo la Cina. Si parla di Ostpolitik anche nei confronti della Russia, dove il Cardinale Pietro Parolin è stato sulle orme del Cardinale Casaroli. Una ostpolitik che si è misurata nello storico incontro dell’Avana con il Patriarca Kirill il 12 febbraio 2016.
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In questa serie, cerchiamo di riscoprire quello che ha fatto la Chiesa nelle nazioni oltrecortina. Nell’anno dell’anniversario della non partecipazione della Santa Sede alla conferenza per la Pace dell’Aja e del 30esimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, è necessario cercare di avere uno sguardo di insieme per riconoscere le situazioni della storia.
Oggi, più che ad una Ostpolitik, la Santa Sede guarda ad un approccio più basato sul multilateralismo. Lo aveva definito Paolo VI, con la sua riforma della Segreteria di Stato Vaticana, ma anche con il suo motu proprio sui nunzi, che dava particolare risalto proprio all’impegno nelle organizzazioni degli Stati. Ma l’approccio a livello locale è sempre il medesimo.
Non va dimenticato che la Chiesa si fonda sull’Eucarestia, e che la possibilità di celebrarla è la principale richiesta dei cristiani. Ma per celebrarla ci vogliono sacerdoti e una gerarchia riconosciuta da Roma che li consacri. Ed è questo il primo presupposto per comprendere come la Santa Sede si è mossa oltre la Cortina di Ferro.
(1 – continua)