Roma, 30 March, 2025 / 10:00 AM
Il figlio maggiore, di cui ci parla la parabola del figlio prodigo, è l’emblema di chi compie opere buone non per amore, ma per ottenere un riconoscimento. La misericordia divina gli appare ingiusta, perché scardina la logica della meritocrazia a cui è aggrappato. Io ti ho sempre servito…Non si sente figlio, ma un lavoratore in attesa della sua ricompensa. Nelle sue parole emerge il senso di una fedeltà vissuta come dovere, più che come dono. La durezza del suo cuore lo isola e lo acceca, tant’è che lo porta persino a negare il legame con il fratello: “Questo tuo figlio…” (Lc 15,30), dice al Padre, rifiutandosi di chiamarlo “mio fratello”.
Il cuore del fratello maggiore è distante dal Padre tanto quanto lo era quello del fratello peccatore. Questi non si ribella apertamente, ma nel profondo si sente diverso, superiore, e non riconosce di essere pure lui bisognoso di misericordia. Uno degli aspetti più rivelatori della sua sua condizione è l’incapacità di gioire. La festa per il ritorno del fratello non lo riempie di gioia, ma di amarezza e risentimento. Questo è il segno di una fede inaridita, vissuta come dovere e non con amore e gratitudine. Una fede incapace di gioire perchè un fratello ha ritrovato la strada del ritorno a casa. San Francesco di Sales, nel Trattato dell’amore di Dio, ci offre una chiave preziosa per comprendere questa dinamica: il vero cristiano è colui che sa gioire della gioia degli altri, perché riconosce in essa l’opera di Dio. Il figlio maggiore, invece, rimane prigioniero della sua amarezza e del suo risentimento.
San Tommaso definisce questo atteggiamento come "invidia spirituale” che descrive come “…una tristezza per il bene altrui, vissuto come una perdita personale" (Summa Theologiae, II-II, q. 36). Per questo il figlio maggiore, sentendosi trattato ingiustamente, non partecipa alla festa, ma si chiude nel risentimento, contestando al Padre la sua bontà. Egli rappresenta coloro che vivono il cristianesimo come un peso, una serie di doveri e regole da osservare, ma senza la gioia della comunione con Dio. La parabola si conclude con l’invito del Padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo" (Lc 15,31).
San Gregorio Magno interpreta queste parole come una rivelazione della misericordia universale di Dio: anche il giusto ha bisogno di conversione, perché l’amore è più grande della giustizia. Il figlio maggiore è invitato a comprendere che la vera ricchezza della vita sta nel vivere con il Padre. Alla luce di questo insegnamento Sant’Ignazio di Loyola, negli Esercizi Spirituali, suggerisce di esaminare le proprie intenzioni: “Si serve Dio per amore o per paura? Sono nella casa del Padre con il cuore o solo con le opere?”. La parabola del Figlio Prodigo è un invito costante alla conversione. Ogni cristiano è chiamato a riconoscere la propria "aversio a Deo", nelle sue diverse forme, e a intraprendere il cammino della "conversio", certi che il Padre celeste è sempre pronto ad accoglierci con amore incondizionato. Il vero ritorno a Dio non è semplicemente un tornare a "essere servi", ma a riscoprire la nostra dignità di figli. La vera conversione non è solo "non peccare", ma lasciarsi amare da Dio come figli.
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